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Il PNRR per il Mezzogiorno

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Affari Istituzionali - Cosenza, 25/03/2021

Il PNRR per il Mezzogiorno

Intervento del presidente Iacucci

Di seguito pubblichiamo l’intervento del presidente della Provincia Francesco Iacucci, responsabile UPI per il Mezzogiorno, inserito all’interno del Dossier dell’UPI “Le priorità delle Province per il nuovo Governo” che verrà consegnato al Presidente del Consiglio Mario Draghi. Un capitolo del documento è stato specificamente dedicato alle richieste delle Province rispetto alla programmazione, gestione e attuazione del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza e all’interno trova spazio la proposta del presidente Iacucci per il Mezzogiorno, in cui viene ribadito che il Sud deve rimanere in cima alle priorità dell’agenda di Governo. Non possiamo sprecare un’occasione storica per lasciarci alle spalle il gap con il Nord del Paese e annullare divari ormai inaccettabili. Le Regioni del Sud devono entrare a gamba tesa nel dibattito nazionale ed europeo: la crescita dell’Italia dipende dal Mezzogiorno e dal suo sviluppo.  I documenti saranno inviati alle alte cariche dello Stato, al Governo, al Parlamento, alle rappresentanze delle Autonomie territoriali – Anci e Conferenza delle Regioni - e alle forze economiche sociali, per avviare una nuova stagione di confronto.

Per leggere e scaricare i documenti clicca qui https://www.provinceditalia.it/dossier-upi-le-priorita.../

PER IL MEZZOGIORNO, PER L'ITALIA

La pandemia ha già avuto e avrà impatti di grande portata sui sistemi economici e sociali di molti Paesi. Tuttavia, nel quadro del grande Programma Europeo Next Generation EU, di cui è tra i maggiori protagonisti e beneficiari, l’Italia ha l’occasione, irripetibile, di ricostruire il telaio economico, sociale, produttivo, coniugando, ad ogni livello dell’azione politica e istituzionale, sviluppo sostenibile, coesione sociale, innovazione.  

Si tratta di una sfida senza precedenti, in cui, tra l’altro, il nostro Paese può disegnare per se stesso un ruolo di assoluto protagonista nell’Europa del prossimo futuro.

C’è tuttavia, in questa partita, per molti versi del tutto nuova, una posta in gioco che dipende da fattori radicati ormai da decenni e che però è cruciale: bisogna ridurre le disparità territoriali.

Le disparità territoriali, in particolare tra il Nord e il Sud, già molto gravi e profonde di per sé, si integrano e si sommano alle altre disparità, in particolare alle disparità di genere e alle disparità intergenerazionali, assumendo, nelle aree più deboli del Paese, quel carattere di disparità multipla e cumulata che costituisce un serio vincolo alla crescita italiana. Questo tema deve essere al centro del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza e deve connotare ogni intervento. L’Italia, negli ultimi vent’anni, ha accumulato un ritardo significativo, su molti indicatori economici e sociali, nei confronti delle altre principali economie dell’Europa. Il Mezzogiorno, in questo trend, ha visto a sua volta aumentare il divario con le aree economicamente e socialmente più forti del Paese. Tuttavia, il ritardo complessivo dell’Italia si supera solo tenendo insieme il Paese, in una strategia di sviluppo comune e condivisa che valorizzi le complementarietà, le interrelazioni e le interdipendenze tra Nord e Sud. I risultati economici e sociali che il Piano genererà nel Nord dipendono strettamente da come sarà in grado di innescare un’inversione di tendenza al Sud (e viceversa). In tal senso, è centrale il tema dell'allocazione territoriale degli investimenti. E quindi la visione di Paese, i diversi scenari per i territori, le regioni, le città, le aree interne.

Dunque, lo sviluppo del Mezzogiorno come obiettivo centrale del Piano. Per diversi motivi, di cui tre sono fondamentali.

Primo, di natura costituzionale. Le pari opportunità fra i cittadini costituiscono un principio fondamentale  della Carta costituzionale.

Secondo, di carattere finanziario. Il divario storico tra le aree del Paese ha determinato, di fatto, la dimensione del finanziamento destinato all’Italia del Programma Next Generation EU che, altrimenti, sarebbe stata assai più contenuta.

Terzo, per ragioni di efficienza economica. Gli investimenti nel Mezzogiorno, come noto, hanno un moltiplicatore più elevato e producono impatti profondi e duraturi sul sistema produttivo dell’intero sistema nazionale. Le potenzialità inespresse del Sud Italia sono enormi, in virtù del grande potenziale che i territori del Mezzogiorno conservano, sotto ogni profilo (ambientale, turistico, produttivo), di alcuni positivi fattori sociali ed umani peculiari delle comunità meridionali, del ricco stock di competenze e saperi che il Sud possiede, dell’enorme potenziale insito nella liberazione delle energie creative e delle capacità dei giovani e delle donne, delle prospettive di crescita connesse all’obiettivo di colmare i divari civili e il gap di qualità e consistenza dei servizi, dell’amplissimo fronte di sviluppo economico legato agli investimenti infrastrutturali, delle competenze delle università e centri di ricerca, della forte attrattività che il Sud può avere nei confronti degli investimenti produttivi, dei progetti di transizione ecologica delle economie, della proiezione del Paese nelle grandi reti e piattaforme logistiche internazionali.

Il Sud, dunque, come orizzonte strategico per l’Italia. Questa assunzione deve essere centrale nel Piano ed implica una precisa assunzione di responsabilità ed una visione strategica ampia. Il Paese è chiamato a definire una propria visione di futuro a medio e lungo termine. Per questo, il Piano è un programma politico, non una questione tecnica. Programma politico, cioè di politiche pubbliche, in cui il ruolo delle istituzioni, ad ogni livello, deve essere centrale, per due ragioni. Perché occorre valorizzare, all’interno del Piano, i saperi diffusi nei territori e nella società italiana e meridionale, nell’impresa e nella società civile. E perché bisogna democratizzare i processi decisionali e coinvolgere ogni istituzione ed ogni nodo della rete sociale, economica e civile del Paese. Da questo punto di vista, le Province, la più antica istituzione nazionale, devono essere chiamate ad una funzione che è essenziale, in quanto istituzioni costituzionalmente rappresentative dei territori, enti di area vasta per eccellenza e soggetti aggregatori delle istanze e delle progettualità dei Comuni. In tal senso, il Piano non può essere una sommatoria di interventi né uno schema dirigistico dall’alto, ma l’esito di un lavoro cooperativo tra le istituzioni: deve diventare una strategia per il Paese, mettendo insieme visione, progetti, risultati misurabili, filoni di lavoro, idee diverse.

Ciò malgrado, il Piano, nella sua attuale configurazione, non sembra essere strutturato secondo questo indirizzo. In altri termini, i suoi effetti sulla riduzione delle disparità e sulla crescita del Mezzogiorno e, quindi, dell’intero Paese, non sono espliciti né chiari.

Bisogna, invece, rendere esplicito il ruolo del Sud e il contributo che dal Sud può venire alla crescita complessiva dell’Italia, proprio in ragione delle potenzialità prima elencate e, quindi, con riferimento alla transizione ecologica, alla logistica, ai sistemi produttivi territoriali, alla rigenerazione delle città, all’ispessimento del capitale sociale, al potenziamento del sistema della ricerca, al rafforzamento della funzione della scuola, alla diffusione delle reti e della cultura digitale, alla qualificazione dei grandi servizi per la salute, l’inclusione sociale, la mobilità, il trasporto pubblico, l’acqua, la gestione dei rifiuti. Sul piano del merito, va riaffermato che il Sud è uno straordinario produttore potenziale di beni pubblici, che servono alla coesione e la competitività nell’intero Paese: quindi, la riduzione dei divari civili su scuola, sanità, assistenza sociale deve essere un obiettivo prioritario. Il Piano deve intervenire prioritariamente sui grandi servizi pubblici, dalla scuola alla sanità alla mobilità sostenibile, cioè proprio in quegli ambiti in cui, in Italia, esiste un divario civile, soprattutto a danno del Sud, che non ha eguali in Europa. Su questo occorre una scelta chiara: occorre riavvicinare il Nord e il Sud rispetto al tema fondamentale delle disparità nei diritti di cittadinanza.

Perché possa essere davvero efficace rispetto a queste finalità generali, il Piano deve rendere chiari ed espliciti gli strumenti con cui gli obiettivi della riduzione delle disparità territoriali e della coesione territoriale vengono perseguiti, in ogni ambito e linea di progetto, attraverso una precisa individuazione e localizzazione degli interventi o dei criteri per la loro selezione.

Da questa impostazione, sul piano del metodo, dovrebbe però conseguire l’allocazione al Sud di una quota di risorse di Piano ben superiore al suo peso in termini di popolazione, in coerenza con l’impostazione del Programma Next Generation EU. Si tratta di un punto molto importante. Come noto, molti autorevoli istituti di ricerca, tra cui la Svimez, hanno certificato come, negli ultimi decenni, la spesa per investimenti al Sud sia stata sistematicamente inferiore e in costante decremento rispetto ai periodi precedenti, fino a ridursi di due terzi rispetto alle punte toccate negli anni sessanta/settanta. Il riequilibrio delle risorse destinate agli investimenti per la crescita deve essere un punto ineludibile del Piano. Questo, beninteso, al netto dei finanziamenti FSC e REACT-EU e al netto dei progetti già attivati. Anche questo è un aspetto particolarmente importante: è necessario che le risorse del Piano siano realmente aggiuntive e non sostitutive rispetto a quelle ordinarie e a quelle già stanziate. Il rischio è che s'incorra nella spirale negativa che ha caratterizzato gli stanziamenti dei Fondi europei nell’ultimo ventennio che, da risorse per loro natura destinate a intervenire sui nodi strutturali del ritardo del Sud e, quindi, necessariamente aggiuntive rispetto alle risorse ordinarie, sono diventate, via via, risorse sostitutive della spesa ordinaria. In tal senso, il Piano deve contenere precisi impegni per le Leggi di Bilancio, che dovranno destinare, negli anni, risorse ordinarie adeguate a garantire il mantenimento nel tempo dei risultati che si saranno ottenuti nel tempo, in particolare nei servizi (salute, istruzione, trasporti, inclusione sociale, casa, acqua, servizi digitali, ecc.), rispetto ai quali è urgente definire i livelli essenziali delle prestazioni, su cui stimare sia i fabbisogni standard sia gli obiettivi di perequazione dei bilanci degli enti.

Tuttavia, la semplice ripartizione di risorse di per sé non è sufficiente. Il Piano deve anche prevedere una governance con una marcata discontinuità rispetto alle passate esperienze di programmazione, al fine di garantire il conseguimento, nei tempi programmati, degli obiettivi di spesa e il raggiungimento dei risultati attesi, con un sistema di monitoraggio ed un sistema di accountability pubblica trasparente e aperta, attraverso cui rendicontare l'uso dei fondi sull'efficacia della gestione e sull’avanzamento negli obiettivi nei risultati e verificare qual è la ripartizione territoriale di spesa e come la si aggiorna nel tempo con dati reali. La nuova governance deve prevedere un coinvolgimento attivo delle realtà territoriali e della filiera istituzionale (Province e Comuni, in primis) e deve prevedere un intervento straordinario di riforma e rafforzamento delle Amministrazioni pubbliche ed un investimento straordinario nel potenziamento del personale, sia in termini di consistenza sia in termini di rafforzamento delle capacità, con un reale rinnovamento generazionale dei pubblici dipendenti, in una strategia di assunzioni chiara, trasparente, orientata alle competenze e al merito. In tal senso, occorre rafforzare urgentemente le amministrazioni con assunzioni mirate, in modo da programmare obiettivi di efficienza nell'attuazione dei progetti, che sarà affidata, in larga parte, agli enti territoriali (Province e Comuni).

Tutte le missioni, le componenti funzionali e le linee di intervento del Piano - salute, trasporti, rigenerazione urbana e ambientale, innovazione tecnologica, transizione ecologica, investimenti sul digitale, messa in sicurezza del territorio, innovazione, competitività, sviluppo d’impresa, cultura, filiere dell’agroalimentare, sistemi produttivi, infrastrutture e mobilità sostenibile, scuola, ricerca, inclusione e coesione sociale, aree interne, dissesto idrogeologico, risanamento e tecnologie ambientali, gestione dei rifiuti e del ciclo idrico, manutenzione delle strade, ferrovie, portualità e logistica su scala mediterranea e globale, turismo, modernizzazione tecnologica e gestionale, sviluppo urbano, ecc. – pur in una cornice strategica nazionale ed in una declinazione, per le ragioni finora dette, a livello di Mezzogiorno, devono essere aperte ad una definizione puntuale in funzione dei saperi della società, dei luoghi e dei territori, per filtrare i progetti e modificarli ampliando la conoscenza e rendendoli davvero adeguati, ad ogni livello, alla scala dei problemi e, perciò, realmente efficaci nel perseguire gli obiettivi di crescita e sviluppo.

Francesco Iacucci

Presidente Provincia Cosenza

ultimo aggiornamento:
25/03/2021 12:48 da Serafina Morelli
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